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Perso il referendum sulle armi in Svizzera

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Perso il referendum sulle armi in Svizzera

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Il risultato del referendum di domenica 19 maggio è chiaro: la Svizzera recepirà la direttiva europea sulle armi. Quali sono le cause, e quali saranno le conseguenze di questa débacle per la nostra comunità?

Perso il referendum sulle armi in Svizzera

Già nel tardo pomeriggio della scorsa domenica, la comunità degli appassionati di armi di tutto il mondo si stupiva nel sapere che, in tutti i Cantoni tranne il Ticino, vinceva il “Si” al referendum sul recepimento nella legge nazionale svizzera della direttiva europea 2017/853 sul controllo dell’acquisizione e detenzione di armi.

Uno dei pilastri della società svizzera e della libertà della Confederazione veniva dunque apparentemente meno, agli occhi di oltre il 60% dei cittadini elvetici, di fronte alle ragioni di un’aggressiva campagna per il “Si” che motivava la necessità di omologare le normative svizzere a quelle dell’Unione Europea con l’appartenenza all’area Schengen.

Sebbene, infatti, la Svizzera non faccia parte dell’UE, come tutti i Paesi che fanno parte dell’accordo di libera circolazione delle merci e delle persone – compresi altri Stati non-UE come Islanda e Norvegia – deve recepire le direttive europee.

Karin Keller-Sutter, capo del Dipartimento Federale di Giustizia e Polizia (DFGP), ha espresso la sua soddisfazione per il risultato della consultazione, dichiarando alla rete televisiva RTS che:

«Credo che questo risultato sia veramente nell’interesse della Svizzera, della sicurezza della Svizzera e della politica migratoria della Svizzera. E ancora una volta la Svizzera ha dimostrato di essere veramente un partner affidabile: una volta sottoscritto un contratto, lo rispetta.»

Decisamente opposti gli umori in casa Pro-Tell – l’associazione svizzera per il diritto alle armi, che caldeggiava il “No”; sebbene sicuramente delusa per il risultato, Pro-Tell ha dichiarato che rispetterà l’esito della consultazione popolare.

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Cosa accadrà ora?

Essenzialmente, la Svizzera dovrà applicare la legge che recepisce i punti-chiave della direttiva 2017/853 sulle armi. Sebbene la campagna per il “Si” e la Polizia svizzera – come ricorda la Pro-Tell – abbiano in questi mesi sostenuto che per i possessori d’armi svizzeri cambierà poco o nulla, tutto dipenderà dal testo della legge di recepimento e dalla “morbidità” (o meno) con cui saranno applicate dai vari Cantoni le restrizioni relative alle armi di Categoria A6, A7 e A8 previste dalla nuova direttiva europea, e le relative eccezioni.

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La direttiva, infatti, prevede specifiche eccezioni a tali restrizioni per quei Paesi – come appunto la Svizzera – che abbiano un sistema di difesa nazionale basato sulla milizia o su una riserva attiva.

Bisogna tuttavia ricordare che nei prossimi mesi la Corte Europea di Giustizia si esprimerà sulla causa presentata dalla Repubblica Ceca e altri Paesi contro la direttiva, e uno dei potenziali risultati potrebbe essere l’annullamento proprio di tale eccezione “tagliata su misura” per la Svizzera.

Poiché la campagna per il “Si” non ha fatto cenno a tale rischio, esiste la (remota) possibilità che ciò rappresenti un appiglio per chiedere l’annullamento del voto, come già accaduto per lo stesso motivo – mancanza di una corretta informazione agli elettori – per il referendum del 2016 sulle tasse alle coppie.

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La campagna per il “SI”

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A parte alcune generiche rassicurazioni, infatti – come ricorda sempre Pro-Tell – la campagna per il “Si” si è focalizzata sul pericolo per la Svizzera di essere espulsa dall’accordo di Schengen sulla libertà di circolazione delle merci e delle persone e dall’accordo di Dublino sulle migrazioni in caso di vittoria del “No”. A questo autentico “terrorismo economico” hanno creduto soprattutto la popolazione dei cantoni francofoni e delle grandi città – Berna, Zurigo, Ginevra – a maggioranza politica socialista.

A ciò deve aggiungersi una martellante campagna per il “Si” che – come spiega il sito Les Observateurs – è stata finanziata pesantemente non solo dalle ONG antiarmi, ma anche dalle Camere di Commercio e da una serie di imprese private o a partecipazione statale tramite Economiesuisse, l’associazione-mantello delle imprese svizzere, sul cui sito si può trovare un articolo in cui si raccomanda il “Si” per non essere espulsi da Schengen. Un rischio che, secondo la Pro-Tell, la Svizzera non avrebbe corso neppure in caso di vittoria del "No".

Un rischio globale?

Come già ricordato nel nostro articolo sulla possibilità di una messa al bando di diversi tipi di armi da fuoco in Canada, la possibilità di un effetto domino è tutt’altro che pellegrina, visto e considerato che i partiti e le organizzazioni antiarmi potranno ora giocare la carta del “Persino l’armatissima Svizzera ha acconsentito alle limitazioni europee”.

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Il passo successivo, ovviamente, sarebbe la confisca di massa a guisa di quanto sta accadendo in questo momento in Nuova Zelanda; a maggior ragione se ricordiamo che, come previsto dall’articolo 17, la direttiva europea 2017/853 sulle armi viene sottoposta revisione con scadenza quinquennale in un’ottica di disarmo graduale e progressivo dei cittadini onesti che detengono e usano armi per scopi legittimi e legali negli Stati membri dell’Unione Europea.

Già nel 2022 la Commissione Europea potrà sottoporre al Parlamento Europeo la sua prima “relazione sull’applicazione” della direttiva, "incluso un controllo dell'adeguatezza delle relative disposizioni, corredata all'occorrenza da proposte legislative concernenti, in particolare, le categorie delle armi da fuoco di cui all'allegato 1".

Come ben sanno gli appassionati di armi che hanno la sfortuna di vivere in Paesi come l’Australia o il Regno Unito, nel baratro del disarmo è facilissimo cadere, ma uscirne è poi impossibile.

Con le elezioni europee alle porte – in Italia si voterà domenica 26 maggio – la soluzione è di fatto una sola: gli appassionati di armi, i legali detentori e chiunque ritenga il possesso d’armi fondamentale deve abbandonare convinzioni politiche radicate e votare per partiti che si impegnino a difendere il diritto alle armi, o quantomeno per candidati che abbiano una storia positiva in tal senso, ignorando qualsiasi altro punto programmatico.

Assolutamente inutile, infatti, focalizzarsi su temi come l’economia, il lavoro, l’istruzione, le migrazioni o la difesa – su cui l’Unione Europea e i partiti a livello nazionale hanno dimostrato di tradire quasi sempre aspettative e promesse – quando invece le restrizioni sul possesso legale di armi sono sempre arrivate puntuali e graduali.

Solo in questo modo si potranno difendere le nostre prerogative, le nostre passioni e le nostre proprietà da tendenze politiche estremamente pericolose, al contempo lanciando ai partiti un chiaro segnale: è tempo di tornare a fare politica seria, abbandonando temi-civetta come il controllo delle armi legali, che non solo non portano maggiore sicurezza, ma fanno perdere voti.

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